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La Direttiva Mifid

Tutela investitori: svolta vera o solo carte da firmare?

di Marco Delugan 22 lug 2010 ore 11:20
Uno degli eventi più importanti degli ultimi anni per quanto riguarda la legislazione in campo finanziario, la Direttiva Mifid ha scosso il mercato, obbligato a nuove procedure, stimolato nuovi servizi e, come spesso accade, aperto nuove problematiche.

Ma quali sono gli effetti, ad oggi? Quali i risultati e quali le problematiche ancora aperte? Ne abbiamo parlato con Giuseppe Romano - Responsabile del Comitato Scientifico Nafop.

Cos’è la Direttiva Mifid


Come ogni Direttiva del Parlamento europeo, la Mifid (Markets in Financial Instruments Directive) ha lo scopo di vincolare gli stati membri al raggiungimento di un risultato, in questo caso avvicinare le diverse legislazioni nazionali in tema finanziario. E in particolare, tutelare maggiormente gli investitori, l'integrità dei mercati, promuovere il rafforzamento dei meccanismi concorrenziali, la loro efficienza, il miglioramento della governance delle imprese di investimento e una migliore gestione dei conflitti di interesse.

In questo articolo cercheremo di chiarire quali sono gli aspetti che possono interessare i clienti comuni - anche definiti clienti al dettaglio - né “controparti qualificate” né clienti professionali – di banche e imprese di investimento, e degli altri professionisti che offrono consulenza finanziaria.

I temi che ci interessano di più sono: la tutela degli investitori e la gestione dei conflitti di interesse di chi svolge attività di vendita di prodotti finanziari e di consulenza, che, secondo Giuseppe Romano, finisco per sovrapporsi quasi integralmente.

Come funziona la Direttiva Mifid


La Mifid impone a imprese di investimento e consulenti di: profilare i clienti in modo da operare in modo conforme al loro profilo di investitori; informarli sull’esistenza di eventuali conflitti di interesse, sui costi e sulle caratteristiche degli strumenti finanziari proposti, e sui risultati delle operazioni.

Per quanto riguarda la profilazione, sono previsti due test, detti di adeguatezza e di appropriatezza. Il primo riguarda l’adeguatezza della consulenza rispetto agli obbiettivi di investimento, alle risorse patrimoniali del cliente, e alle reali capacità del cliente di comprendere la consulenza fornita. Il secondo, il test di appropriatezza, riguarda la coerenza del prodotto finanziario con il profilo di rischio del cliente e, anche in questo caso, con le sue conoscenze in campo finanziario.

Il cliente può però chiedere la modalità detta di Execution only. In questo caso le imprese di investimento non sono più obbligate ad effettuare il test di appropriatezza né a informare il cliente come previsto dalla Mifid. Questa modalità può riguardare solo i conti correnti online. Il tutto per ridurre tempi e costi delle operazioni.

Tra i diversi servizi di investimento normati dalla Mifid, i più importanti per il cliente al dettaglio sono la negoziazione degli strumenti di investimento e la consulenza finanziaria. Per quanto riguarda il primo, molto importante è la così detta “best execution”, con cui si definisce l’obbligo per l’intermediario di eseguire le operazioni alle migliori condizioni possibili, e riguarda tutti gli strumenti finanziari che possono essere acquistati o venduti per suo conto.

Novità rilevante stabilita da questa Direttiva è che il servizio di consulenza finanziaria, che prima poteva essere offerto da chiunque, anche non intermediario finanziario, è stato inserito tra i servizi di investimento e può essere svolto solo da intermediari abilitati: le banche, i consulenti finanziari indipendenti persone fisiche e persone giuridiche.

Cosa cambia la Direttiva Mifid per i clienti delle banche?


“Se la banca sbaglia ci sono maggiori possibilità per il cliente di farle causa, ci ha detto Romano. “Ad esempio, se la banca non fa firmare il questionario di appropriatezza, fa comperare al cliente un titolo, e questo titolo perde, il cliente può citarla in giudizio. E lo stesso può accadere se dal questionario compilato risulta un profilo di rischio medio e la banca fa comperare un titolo rischioso con il quale il cliente perde denaro”. 

E’ sufficiente tutto questo per incidere sui conflitti di interesse? “Il conflitto di interesse non viene risolto dalla Mifid. Perché se io guadagno dalla vendita dei miei prodotti, non c’è soluzione, non c’è Mifid che tenga”.

Problematiche ancora legate all’attuazione della Direttiva Mifid


La Mifid ha creato nuove di tutele per i clienti, ha promosso la trasparenza e una migliore gestione dei conflitti di interesse. Secondo Romano, “questo impone alle banche di produrre tutta una serie di documenti da sottoporre e da far firmare al cliente, e nuove procedure interne da seguire”. Ma gli effetti pratici quali sono? “Il primo è che il cliente si trova a firmare sempre più carte”, ha aggiunto Romano, “e spesso questo accresce la confusione, poiché raramente legge tutte quelle carte. Il secondo è che aumentano i costi per le banche, che alla fine vengono scaricati sui clienti”.

Come si stanno organizzando allora le banche? “La direzione è quella di far pagare questa consulenza secondo il modello “fee and commission”, che è il seguente: il cliente ha un conto con la banca, la banca guadagna dai prodotti che gli vende e oggi, oltre a questo, guadagna anche una parcella, una fee. Queste parcelle possono andare dallo 0,1% allo 0,4% annuale sul patrimonio gestito. Quindi oltre a guadagnare dalle commissioni iniziano a guadagnare anche con questa parcella che si chiama consulenza avanzata”.

Ma come è fatta questa consulenza. “Di solito si tratta di una asset allocation, spesso fatta usando software, quindi automatizzata e meccanica. Come dire: già che ci sono i costi dovuti alle procedure Mifid, costruisco un nuovo prodotto che chiamo consulenza in modo da assorbire quei costi nella nuova attività”.

Consulenza indipendente e Direttiva Mifid


I consulenti finanziari indipendenti”, ci ha detto Giuseppe Romano, “non sono considerati dalla disciplina italiana degli intermediari finanziari, ma operano comunque sotto l’ombrello della Direttiva Mifid per quanto riguarda il resto della loro attività di consulenza finanziaria”. “Per questo”, ha aggiunto Romano, “il consulente deve seguire le stesse procedure della banca, deve acquisire dati e informazioni dal clienti, generare delle informazioni che siano adeguate al cliente, compilare un questionario di adeguatezza, archiviare le informazioni in un certo modo, oltre ad essere corretto e trasparente con il cliente”.


Per approfondimenti:

Mifid: le regole di tutela dell’utente

Mifid: la tutela del cliente, adeguatezza e appropriatezza

La direttiva Mifid e il conflitto di interessi


Marco Delugan
marcodelugan@soldionline.it Questo scritto è redatto a solo scopo informativo, può essere modificato in qualsiasi momento e NON può essere considerato sollecitazione al pubblico risparmio. Il sito web non garantisce la correttezza e non si assume la responsabilità in merito all’uso delle informazioni ivi riportate.
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