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Quanto ci costa la mafia

Il 16% di sviluppo economico in meno in trent’anni. E’ quello che è successo alla Puglia dopo l’invasione della criminalità organizzata iniziata negli anni ’70.

di Marco Delugan 3 feb 2012 ore 09:13
La mafia fa male. E non solo nei modi che tutti sappiamo. Perché la mafia, e tutte le altre forme di criminalità organizzata che usiamo chiamare così, impoveriscono i territori che conquistano. Ce lo spiega, in questa intervista, Paolo Pinotti, docente di Economia all’Università Bocconi di Milano.

Che forme assume l’attività economica della criminalità organizzata?

«C’è una forma pura, e una forma ibrida, tutte e due rilevanti. Le prime sono le attività storicamente tipiche della criminalità organizzata, quelle più violente e fortemente illegali come le estorsioni, i rapimenti, gli omicidi, lo spaccio di droga e sono concentrate nelle regioni del sud. Le seconde sono il risultato di una commistione tra attività legali e illegali, e sono più presenti al nord. Questa seconda forma di economia illegale sta diventando sempre più rilevante. Al nord la criminalità organizzata agisce soprattutto per reinvestire i proventi illeciti per farli diventare leciti, li reinveste passando o attraverso le banche o attraverso alcuni mercati particolari, in primo luogo quelli dell’agricoltura e dell’edilizia. E’ importante capire questa distinzione altrimenti si rischia di non riconoscere la criminalità organizzata quando si presenta. Se, ad esempio, si cercano al nord tracce della tipica criminalità organizzata che opera al sud, allora se ne trovano molto poche, ma se si guardano le segnalazioni per riciclaggio, le operazioni bancarie anomale, si vede che sono concentrate in regioni come Lombardia e Piemonte».

Cosa sono operazioni bancarie anomale?

«Quando uno arriva in banca con enormi mazzi di banconote. Oppure quando ci sono tante operazioni di importo medio inferiore ad una certa soglia di allarme ed è sempre la stessa persona o lo stesso gruppo di persone ad effettuarle».

Perché proprio agricoltura ed edilizia?

«L’attività edilizia si è sempre prestata all’investimento dei capitali illeciti. Vuoi perché è meno monitorata di altri tipi di attività manifatturiera, vuoi perché si basa molto sull’utilizzo di lavoratori stagionali e talvolta anche sulla manodopera irregolare che viene pagata in contanti. E molto spesso questi capitali illeciti si presentano proprio come grandi quantità di banconote ed è più facile riciclare questo denaro pagando dei lavoratori in nero che solitamente operano nell’agricoltura e nel settore delle costruzioni piuttosto che con tramite transazioni che lasciano tracce più evidenti».

E come avviene il reinvestimento dei capitali illegali?

«Uno dei modi tipici è il prestito ad usura. Con l’aggravarsi della crisi economica molte banche hanno cominciato a ridurre i prestiti alle imprese. Molti settori dell’economia criminale, invece, non sono mai stati in crisi e hanno capitali da investire e lo fanno anche prestandoli ad imprenditori che non riescono ad ottenerli per vie legali. Il prestito prende forma di usura, con tassi di interesse molto alti. Nelle situazioni peggiori, quando alla fine l’imprenditore non riesce più a ripagare i debiti, l’attività finisce per essere ceduta interamente alla criminalità organizzata. L’aspetto drammatico di questo fenomeno è che alla fine i capitali illeciti sono diventati completamente leciti, ripuliti tramite l’acquisizione di un’impresa che è a tutti gli effetti un’impresa regolare dove l’imprenditore, l’amministratore delegato o il titolare non sono dei boss mafiosi ma dei prestanome».

Quali sono le regioni più colpite da economia criminale?

«Sicilia, Campania e Calabria sono le regioni a presenza mafiosa storica. Poi la Puglia e la Basilicata.  La Puglia, in particolare, è stata una storia di successo economico nel mezzogiorno d’Italia fino agli anni ’70, cresceva a ritmi simili o anche superiori a quelli delle regioni del nord. Ma da quegli anni in poi ha conosciuto un’importante infiltrazione da parte della criminalità organizzata proveniente da altre regioni, soprattutto Campania e Calabria, e da lì in poi ha vissuto un declino inarrestabile. Più recente è l’espansione nelle regioni del Nord, iniziata negli anni ’80. Al nord la presenza della criminalità organizzata è meno sistematica, nel senso che non permea tutti i rami dell’attività produttiva, non c’è una penetrazione territoriale così capillare come al sud. Però è comunque una presenza preoccupante perché il nord offre delle possibilità di reinvestimento e di accumulazione della ricchezza che comunque il sud non è in grado di offrire».

Il caso della Puglia dimostra che la criminalità organizzata è un sistema parassitario

«Beh, certo, è un sistema che comporta alti costi economici e sociali nonostante ogni tanto si senta dire se non ci fosse la mafia queste regioni sarebbero ancora più povere di quello che sono perché la mafia crea posti di lavoro. Può essere vero che la mafia crea posti di lavoro, ma quanti ne distrugge? Se la mafia da lavoro a 5 persone per impacchettare sigarette di contrabbando, ma allo stesso tempo tramite attività violente o parassitarie scoraggia due imprese che avrebbero creato il doppio dei posti di lavoro alla fine il saldo è negativo. Quello che si è portati a vedere è invece qualche piccolo vantaggio in termini di occupazione di breve periodo, e si dimenticano completamente gli svantaggi di lungo periodo».

In che modo viene disincentivata la nascita di nuove imprese nelle zone dove c’è una forte presenza della criminalità organizzata?

«Tramite l’estorsione, il così detto pizzo, una tassa aggiunta, e attraverso la competizione illegale. Un’impresa che vuole stabilirsi regolarmente in un territorio, pagare le tasse e fare tutte le cose come si deve, se di fianco ha un’impresa irregolare o connessa alla criminalità organizzata che non adempie a tutti questi obblighi, l’impresa regolare sarà svantaggiata e quindi piuttosto va ad aprire l’attività altrove».

Quanto pesa la criminalità organizzata in termini di mancato sviluppo economico?

«Quello che posso dire è quanto è emerso da una ricerca che abbiamo fatto con il Servizio Studi della Banca d’Italia qualche anno fa sui costi economici della criminalità organizzata. Abbiamo scoperto che il Pil pro capite ufficiale della Puglia, che ha subito la presenza della criminalità organizzata solo a partire dagli anni ’70, era più basso del 16% rispetto a quanto avrebbe potuto essere. La paura è che per regioni come la Sicilia la Calabria e la Campania, regioni che sperimentano la presenza della criminalità organizzata da molto più tempo, la perdita di crescita possa essere molto più alta».

Il confronto come è stato svolto?


«La prima cosa che abbiamo notato era che le cinque regioni a maggiore presenza di criminalità organizzata – Sicilia, Campania, Calabria, Puglia e Basilicata - erano anche le cinque più povere del paese, allora ci siamo chiesti quanto del minore sviluppo fosse attribuibile alla criminalità. Questo è molto difficile da dire per la Sicilia, la Calabria e la Campania perché qui la criminalità organizzata c’è almeno dalla fine dell’800 e quindi non abbiamo osservazioni, da quando esistono dati economici affidabili, che ci dicano quanto erano ricche prima. Abbiamo dati di questo tipo per la Puglia e per la Basilicata che, fino agli anni ’70 non avevano una forte presenza di criminalità organizzata. Quello che abbiamo fatto è stato confrontarle con altre regioni che negli stessi anni avevano livelli di Pil pro capite simili. Tramite una procedura statistica abbiamo indentificato le regioni comparabili dal punto di vista economico che erano l’Abruzzo, il Molise e la Sardegna. Abbiamo confrontato la crescita economica di queste regioni con quella di Puglia e Basilicata e abbiamo scoperto che dal 1975 al fino al 2007 la Puglia ha perso rispetto a queste regioni il 16% del Pil».
 
E’ possibile che un ambiente culturale dominato dalla mafia possa essere meno imprenditivo di altri?

«Sì, anche se penso sia difficile distinguere l’aspetto culturale da quelli che sono i vincoli e gli incentivi concreti che si presentano ad un imprenditore che vuole aprire un’impresa al sud. Può essere anche pericoloso attribuire un ruolo alla cultura perché la cultura si modifica solo nell’arco di secoli. E potremmo arrivare a dire che eliminando la criminalità organizzata non siamo sicuri di avere tante imprese in più perché gli effetti sulla cultura e sull’imprenditorialità diventerebbero reali solo nel lunghissimo periodo. Io sono convinto invece che eliminando la criminalità organizzata si potrebbero aprire delle opportunità che adesso non ci sono e che sono indipendenti dalla cultura. Cosa succederebbe, ad esempio, se un imprenditore milanese che è capace di aprire un’impresa a Milano provasse ad aprirne una in Sicilia? Probabilmente farebbe molta più fatica nonostante si porti dietro il suo bagaglio culturale di imprenditore del nord. Io credo che il vero danno venga da vincoli reali piuttosto che di un’ipotetica forma mentale distorta che si può essere sviluppata a causa alla presenza della criminalità organizzata».

Cosa si può fare per contrastare l’economia criminale?

«Al di la delle risposte di contrasto, di cui io non posso dire perché mi sono occupato solo degli aspetti macroeconomici, credo che sia molto importante parlare di queste cose. Quando preparavo lo studio sugli effetti economici della penetrazione della criminalità organizzata in Puglia, ho letto diversi documenti e mi ha stupito come fino all’inizio degli anni ’90 in Puglia si continuasse a negare che ci fosse una criminalità di tipo mafioso. Ci sono voluti 15 o 20 anni per arrivare ad ammetterlo. E discorsi simili li sento ripetere anche al nord. Perché sia a Reggio Emilia, dove sono nato, che a Milano, dove lavoro, ci sono segnali molto chiari di presenza della criminalità organizzata. Però, ancora oggi, quando si vedono un negozio o una macchina bruciata, che sono chiari segni di intimidazione, si fa fatica ad ammettere che si tratti di criminalità organizzata. Credo sia importante continuare a parlare di queste cose per tenere alta l’attenzione. Perché il rischio più grande è che non parlandone ce ne accorgiamo quando ormai è troppo tardi».

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