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Tfr vs. fondi pensione

Rischi diversi per strumenti diversi. E poche certezze. Una partita ancora tutta da giocare

di Marco Delugan 9 dic 2009 - ore 10:38
Molti hanno già scelto, e molti lo dovranno fare. E’ una scelta importante che potrà incidere profondamente sul proprio tenore di vita quando si smetterà di lavorare. Tfr in azienda o ai fondi pensione? Questo è il problema. Rischi diversi di fronte a diverse prospettive. Perché, se i rendimenti dei fondi pensione fluttuano con i mercati finanziari, anche il Tfr lasciato in azienda non è poi così sicuro come si crede. E non c’è una formula magica che aiuti a risolvere li problema.

Breve introduzione

A fine anno il datore di lavoro calcola la quota del Tfr che vi spetta. Se avete scelto di lasciarlo in azienda, la accantona e ve lo consegnerà quando lascerete quel lavoro. Se avete scelto per il fondo pensione, invece, l'azienda lo conferisce direttamente nella posizione che il lavoratore ha nel fondo pensione o in altro strumento di previdenza complementare.

La quota che ogni anno va ad accrescere il vostro Tfr in azienda, o va al vostro conto di previdenza complementare, ammonta al 6,91% della retribuzione lorda.

Ogni 31 dicembre, quello che avete accantonato in precedenza come Tfr lasciato in azienda viene rivalutato in base ad un coefficiente che risulta dalla somma del 75% dell’aumento dell’indice dei prezzi al consumo elaborato dall’Istat e di un fisso pari all’1,5%.

Il fondo pensione, invece, si rivaluta in base all’andamento dei mercati finanziari e alle capacità di chi lo gestisce. Ma dipenderà anche da quanto si versa, per quanto tempo, e dai costi di gestione del fondo pensione o piano individuale di previdenza che si è scelto. Per capire quando costano gli strumenti previdenziali, andate alla “scheda sintetica” del singolo prodotto. Lì troverete, tra le altre informazioni, le spese di gestione. Altro parametro importante è l’ISC: indicatore sintetico di costo, analogo al Taeg del credito al consumo e dei mutui. Lo trovate per tutte le forme previdenziali sul sito della Commissione di Vigilanza dei Fondi Pensione (www.covip,it), l’autorità amministrativa che ha il compito di vigilare sul funzionamento dei fondi pensione complementari.

E poi, ancora, quanto si percepirà dipenderà dal coefficiente di conversione: “[…] quel numero attraverso il quale, nei fondi pensione e nelle polizze vita, le compagnie di assicurazione trasformano il montante maturato in una rendita; è definito in base alla vita attesa e quindi dipende dall’età e dal sesso dell’assicurato all’atto del pensionamento” (Carlo Giuro, Guida alla pensioni alternative, Etas Libri). Se avete ancora molto da vivere, a parità di tutte le altre condizioni, prenderete meno.

La prima scelta è irreversibile. Una volta deciso di conferire il Tfr ai fondi pensione, o a un'altra forma di previdenza complementare, non si può tornate indietro; mentre si può passare da una forma pensionistica a un’altra rispettando alcune condizioni stabilite dalla legge.

A questo punto, cosa è meglio fare? Questione troppo complessa per essere trattata compiutamente in un solo articolo, e forse anche in una serie di articoli. Ma se volete approfondire potete cominciare dalla sezione Previdenza di Soldioline.it, e chiedere ai nostri esperti che trovate a questa pagina.

Un primo punto di riferimento, però, tenteremo di darvelo lo stesso: quanto hanno reso in questi anni le diverse forme di previdenza complementare rispetto all’andamento del Tfr?

Tfr vs Previdenza complementare. Una piccola simulazione

Per cominciare vediamo i dati presentati nella tabella che segue. Sono del Covip, la Commissione di Vigilanza dei Fondi Pensione, e riguardano i rendimenti al netto degli oneri di gestione e fiscali dei fondi pensione negoziali e aperti, vanno 2003 al settembre del 2009. Quest’ultimo dato, come si legge sul sito del Covip, è provvisorio. Tra le serie storiche presentate dal Covip, abbiamo considerato solo quelle complete. Per gli altri dati andate a questa pagina.

  2003 2004 2005 2006 2007 2008 Set.2009
Fondi negoziali 5,0 4,6 7,5 3,8 2,1 -6,3 7,2
Obbligazionario puro 3,0 2,2 2,1 2,6 2,2 1,6 2,7
Obbligazionario misto 4,3 3,9 6,9 2,7 2,1 -3,9 6,9
Bilanciato 7,0 4,9 7,9 5,6 2,4 -9,4 8,7
Azionario 8,3 5,9 14,9 8,2 1,3 -24,5 12,9
Fondi pensione aperti 5,7 4,3 11,5 2,4 -0,4 -14,0 9,3
Garantito 2,6 3,1 2,9 1,0 1,9 1,9 4,4
Obbligazionario puro 1,6 3,3 3,3 -0,2 1,6 4,9 3,8
Obbligazionario misto 3,1 4,2 6,4 1,0 0,3 -2,2 5,9
Bilanciato 4,9 4,2 11,4 2,4 -0,3 -14,1 10,3
Azionario 8,4 4,7 16,2 3,7 -1,6 -27,6 14,1
Rivalutazione Tfr 2,8 2,5 2,6 2,4 3,1 2,7 1,4

Difficile capirci molto, almeno a prima vista. Per facilitare il confronto abbiamo fatto una piccola simulazione, con queste caratteristiche. Per semplicità, consideriamo che all’inizio di ogni anno il datore di lavoro accantoni il Tfr che vi spetta, o che lo conferisca direttamente alla posizione che avete nel fondo pensione. Supponiamo che siano 100 euro. Così, a inizio 2003 avrete 100 euro nel vostro cassetto previdenza. A inizio 2004 avrete quei cento euro rivalutati più altri cento che il datore di lavoro vi darà. E così via. L’andamento del “montante” (quanto versato più la sua rivalutazione), è mostrato nella tabella che segue. Le elaborazioni si basano sui dati Covip presentati nella tabella precedente. Per il 2009 abbiamo esteso a tutto l’anno il rendimento delle diverse forme di previdenza complementare e del Tfr segnalato dal Covip per i primi 9 mesi.

Questo è il risultato.

  2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010
Fondi negoziali 100 205,0 314,4 438,0 554,7 666,3 724,3 876,5
   Obbligazionario puro 100 203,0 307,5 413,9 524,7 636,2 746,4 866,6
   Obbligazionario misto 100 204,3 312,3 433,8 545,5 657,0 731,4 881,8
   Bilanciato 100 207,0 317,1 442,2 567,0 680,6 716,6 878,9
   Azionario 100 208,3 320,6 468,4 606,8 714,7 639,6 822,1
Fondi pensione aperti 100 205,7 314,5 450,7 561,5 659,3 667,0 829,0
   Garantito 100 202,6 308,9 417,8 522,0 631,9 743,9 876,7
   Obbligazionario puro 100 201,6 308,3 418,4 517,6 625,9 756,5 885,3
   Obbligazionario misto 100 203,1 311,6 431,6 535,9 637,5 723,5 866,2
   Bilanciato 100 204,9 313,5 449,2 560,0 658,3 665,5 834,1
  Azionario 100 208,4 318,2 469,7 587,1 677,7 590,7 774,0
Rivalutazione Tfr 100 202,8 307,9 415,9 525,9 642,2 759,5 870,1

Come si vede, nonostante la crisi che ha colpito le borse internazionali nel 2007/2008, solo tre tipologie di fondi pensione fanno chiaramente peggio del Tfr: i fondi chiusi azionari, i fondi aperti bilanciati, e i fondi aperti azionari. Non un evidente disastro, quindi. Ma quello che conta è come saranno i prossimi anni, non quelli passati. E se questi appena scorsi possano dare lumi su cosa sia meglio scegliere.

Su questa simulazione, sul suo valore come elemento di scelta e di valutazione, e su cosa preferire tra lasciare il Tfr in azienda o destinarlo alla previdenza complementare abbiamo parlato con tre collaboratori di Soldionline. Qui sotto le loro opinioni.

Lucio Sgarabotto: meglio la previdenza complementare

«Se decidi di lasciare il Tfr in azienda, devi fidarti della tua azienda perché il Tfr non è separato dal resto del patrimonio. E se le cose dovessero andare male, anche quello sarebbe a rischio. E’ ovvio che il lavoratore è tra i primi ad essere rimborsato, in caso di fallimento, ma potrebbe anche accadere che in azienda resti poco con cui rimborsare. E nel caso di grosse crisi, puoi star tranquillo se sei dipendente di grandi aziende, come Eni o Enel, per fare un esempio, ma se sei dipendente della “Picopallino” sotto casa, molto meno. Questo è un rischio che deve sopportare chi sceglie di lasciare il Tfr in azienda: il rischio legato all’attività di una azienda contro quello legato all’andamento di un mercato che offre comunque tante possibilità di diversificazione del portafoglio. Secondo me non c’è paragone: io penso che sia meglio investire il Tfr nei fondi pensione. Devi poi aggiungere il contributo del datore di lavoro ai conferimenti al fondo pensione, che nel caso del Tfr non c’è. Sono pochi i lavoratori che se lo fanno dare perché in Italia le aziende sono piccole e i sindacati non si fanno sentire. Chiedendolo, uno dovrebbe aggiungerci un due per cento all’anno, che non è male. La tassazione della previdenza complementare, poi, è molto più bassa di quella sul Tfr.»

Antonio Lucenti: perché non farselo dare ogni anno?


«Preferire una soluzione rispetto a un’altra è una questione molto personale. Il Tfr in azienda è una sicurezza quasi totale: quando te ne vai, te lo dà. Se invece lo dai al fondo, te ne espropri. E’ vero che l’azienda può fallire. Ma la valutazione del peso del rischio è un fatto, anche quello, del tutto personale, e non credo sia possibile preferire, a priori, una possibilità rispetto a un’altra: una scelta consapevole deve considerare tutti i fattori che caratterizzano la specifica situazione della persona che deve scegliere.

Il Tfr in azienda è comunque più flessibile, nel senso che almeno quando te ne vai ti viene liquidato, e puoi farci quello che vuoi. Quando lo hai dato alla previdenza complementare, invece, non lo vedi più almeno fino alla pensione. E la possibilità di ottenere delle anticipazioni è permessa solo in poche e precise circostanze. La liquidabilità dello strumento è una cosa molto importante, secondo me, perché ti da maggiore libertà.»
 
Jonathan Figoli: spero in nuovi mercati emergenti

«C’è chi inizia a sostenere che le azioni non porteranno più nel lungo termine un vantaggio rispetto alle obbligazioni così rilevante come è stato in passato. Ora io non ho la sfera di cristallo e non so cosa faranno le azioni, però ho investito nel fondo di previdenza complementare più aggressivo che ho trovato. Se devo rimanere investito 36 anni spero che prima o poi qualche cosa cresca.

Il Tfr in azienda ha un buon rendimento. Non esiste nessun gestore finanziario che oggi in Italia possa garantire quell’1,5% più il 75% dell’inflazione. Cosa che da intorno al 3% quando l’inflazione è al due. Ma, ti dico, se anche avesse un rendimento del 3% all’anno non basterebbe a riempire il mio gap pensionistico. Spero il tutto per tutto nella possibilità di trovare il nuovo paese emergente stile Cina. Ma è ovvio che parlo in base ai miei bisogni, al mio profilo di rischio e al mio orizzonte temporale. Con un cliente che andrà in pensione tra 10 anni non farei lo stesso discorso.

Certo, se pensassi che i prossimi 10 anni dovessero essere come quelli appena passati, il Tfr lo lascerei in azienda anche io.»

Conclusioni provvisorie


Due, e non da poco. Comunque si scelga, questo “pilastro” della previdenza è più rischioso di quando una volta garantiva lo Stato. Che sia il rischio legato alla sopravvivenza dell’azienda in cui si lavora e in cui si decide di lasciare il Tfr, piuttosto che quello legato all’andamento dei mercati finanziari e alle capacità di chi gestisce il fondo – errare è umano – nessuna delle due, in prospettiva, può dare certezze. Solo i fondi del comparto “garantito” assicurano almeno la restituzione di quanto versato e, a volte, un rendimento minimo. Da vedere quanto questo rendimento minimo possa assicurare al futuro tenore di vita.

Secondo, oltre al rischio aumenta la difficoltà. Scegliere cosa fare richiede competenze non usuali, che vanno dalla chiara consapevolezza della propria situazione economica e finanziaria, alla quantificazione monetaria dei bisogni che si dovranno soddisfare una volta smesso di lavorare, alla conoscenza degli strumenti di previdenza adatti a soddisfarli. E una buona conoscenza dei mercati finanziari in generale, e delle loro dinamiche.

Da soli o con l’aiuto di un professionista, è una partita tutta da giocare…

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