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“Impresa sociale” per uscire dalla crisi

Se non si tengono insieme la dimensione sociale, quella ambientale e quella economica, semplicemente lo sviluppo non c’è. E’ questo lo spirito dell’impresa sociale. Una via per uscire dalla crisi.

di Andrea Di Turi 19 mar 2012 - ore 10:19
Come uscire dalla crisi? È la domanda su cui un po’ tutti si interrogano. Trovare una risposta, però, potrebbe essere più semplice di quanto non si creda e lo si può dire senza presunzione perché sono i fatti che la stanno offrendo. Solo che questa risposta implica un vero cambiamento di paradigma, un abbandono delle teorie e dei concetti cari a quelle grandi e potenti forze (come le banche d’affari tipo Lehman Brothers e Goldman Sachs, per intendersi) che hanno promosso, spesso imponendolo, e continuano a promuovere il modello neoliberista che impera sul pianeta da almeno vent’anni. Forze che stanno facendo di tutto perché nulla cambi, nonostante il fallimento senza attenuanti di quel modello sia ormai conclamato.

Cos’è il social business
La risposta alla crisi sta in una parola: social business, o impresa sociale. Indica un tipo di attività in forma d’impresa che non nasce però per produrre un profitto costi quel che costi, da distribuire agli azionisti (e ai manager) sfruttando le risorse del pianeta (l’ambiente e le persone, nel senso del lavoro) e tanti saluti. Ma nasce con altre finalità, sottende un’altra idea di sviluppo: l’idea che se non si tengono insieme tutte le dimensioni, per semplificare quella sociale, quella ambientale e quella economica, semplicemente lo sviluppo non c’è. C’è, invece, l’arricchimento dei pochi (l’1%, come contestano i movimenti Occupy e Indignati sorti spontaneamente in ogni dove) a scapito delle moltitudini (il 99%). Ma solo fino a quando il pianeta non dichiarerà default per esaurimento delle risorse e perché gli equilibri degli ecosistemi saranno stati irrimediabilmente compromessi, grazie a climate change, global warming e altre amenità simili.

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Far rientrare le esternalità negative. Cioè i danni e i rischi
Per usare un’espressione da testi di economia, il cambio di paradigma imposto dal social business si può raccontare anche così: si tratta di prendere le esternalità negative e rimetterle dentro al business, che non se ne può lavare le mani ma deve fare i conti anche con quelle. Anzi, sarebbe bene cominciare a chiamare le cose con i termini adatti, perché le parole sono importanti per dare forma alla realtà: non sono esternalità, non sono effetti collaterali esterni all’attività d’impresa, ma sono l’attività d’impresa stessa. Che siccome non ha mai voluto preoccuparsi più di tanto, ad esempio, di come risolvere il problema di processi industriali che producono inquinamento, o scarti e rifiuti di produzione altamente complessi da trattare, e che utilizza in sostanza più risorse di quelle che il pianeta è in grado di riprodurre coi suoi cicli, ha pensato bene di chiamarle esternalità per chiuderle fuori dalla porta. Chiamiamoli per quello che sono: danni e rischi, per la collettività e l’ambiente. Per i quali c’è sempre qualche responsabile, che se ne deve dunque far carico.

Impresa sociale in Italia…
Social business vuol dire imprese sociali. In Italia l’impresa sociale è stata introdotta con la legge delega 188/2005 e il successivo decreto legislativo 155/2006, insieme ai decreti attuativi arrivati a gennaio 2008. Si può dire che c’erano già le cooperative sociali introdotte con la legge 381/1991 e che ci sono numerose altre forme di organizzazione che si possono considerare imprese sociali di fatto. Tutto vero e tutto importante. Ma molto importante è stato l’arrivo di una legge specificamente dedicata alla definizione dell’impresa sociale.

La norma ha stabilito che è possibile costituire imprese che sono imprese a tutti gli effetti, come le altre imprese profit. Ma sono anche sociali, cioè hanno una missione che non è il lucro che deve remunerare il capitale investito: è appunto una missione sociale, la realizzazione di beni o servizi di utilità sociale per finalità di interesse generale (parafrasando si potrebbe anche dire “per il bene comune”). Sono dunque imprese che considerano il guadagno una necessità per raggiungere la propria missione, senza che vi siano, come detto, azionisti da remunerare, perché appunto la condizione per l’impresa sociale è l’assenza dello scopo di lucro.

È facile vedere che si tratta di una rivoluzione copernicana rispetto alle imprese stritolate dallo shortermismo, dalla prossima trimestrale che incombe, dagli utili che devono essere sexy agli occhi degli analisti perché se non crescono rispetto alla trimestrale precedente rischiano di far cadere il titolo. Quando si dice il cambio di paradigma.

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..e all’estero CIC, Benefit corporation e CCC
Naturalmente l’Italia non è un caso isolato. L’attenzione per il business sociale sta aumentando un po’ ovunque. E si studiano le formule che possono aiutare a farlo crescere nel modo più corretto.

Negli Stati Uniti si stanno diffondendo, ad esempio, le Benefit corporation: dopo che già erano state introdotte in alcuni altri Stati, da gennaio 2012 le Benefit corporation sono arrivate anche in California e da lì c’è stata un’accelerazione. Sono imprese che si prefiggono la missione di creare un benefit, cioè un vantaggio per la collettività: non più imprese for profit ma for benefit. Sempre a proposito del cambio di paradigma.

Nel Regno Unito sono ormai alcune migliaia le CIC-Community Interest Company: imprese che operano per l’interesse della collettività. Hanno una propria authority di riferimento (che fa parte del Department for Business, Innovation & Skills, per dire in che prospettiva sia stata inserita) e un’associazione di categoria.

L’ultimo caso arriva dal Canada. In British Columbia a inizio marzo un provvedimento ha introdotto quello che è stato definito un tipo ibrido di impresa e allo stesso tempo un modello alternativo di business: si tratta delle CCC-Community Contribution Company. La filosofia è sempre quella: organizzazioni in forma d’impresa che hanno però come scopo primario quello di produrre un contributo positivo per la società.

La “profezia” di Yunus
In tutto il mondo, insomma, ci sono lavori in corso per dare forma al business di domani. Che non potrà che essere un social business, per archiviare definitivamente l’era del capitalismo iper-finanziarizzato, selvaggio, distruttivo, quel turbo-capitalismo (così chiamato per la ricerca spasmodica dei super-profitti di breve e brevissimo termine) che ci ha condotti alla più grave crisi economica del Dopoguerra.
Lo aveva detto anche Muhammad Yunus, simbolo del microcredito nel mondo, premio Nobel per la Pace, fondatore della Grameen Bank, in uno dei suoi ultimi libri, intitolato Si può fare!. Il sottotitolo recitava, in modo quasi profetico: “come il business sociale può creare un capitalismo più umano”. Ecco la ricetta per uscire dalla crisi: un business a misura dell’uomo. Non l’uomo a misura del business.

Andrea Di Turi
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