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Non di solo lavoro. La felicità è vivere con lentezza

Rallenta, vai piano, non ti stressare: facile a dirsi, molto più difficile a farsi. Specie nell’era di internet, dell’”always connected” quasi obbligato via cellulare, smartphone, netbook, email, social network e chi più ne ha più ne metta

di Andrea Di Turi 8 feb 2011 - ore 09:31
Cresce, però, in molti l’esigenza di non correre sempre, di prendersi il tempo per fare le cose che piacciono di più, che danno un senso alla vita. Uscendo dai ritmi frenetici che è soprattutto il lavoro a imporre. Come recita il celebre motto latino: “festina lente”, affrettati piano, che vale anche oggi. Perché di vivere con lentezza c’è un gran bisogno.

Si chiama proprio così, L’arte del Vivere con Lentezza, l’associazione fondata nel 2005 da un gruppo di persone stimolate da Bruno Contigiani, che ne è presidente. Una persona che con fretta, ansia e giornate vissute di corsa ha dovuto fare i conti per anni da responsabile per le relazioni con la stampa  di aziende multinazionali (ora insegna media relations alle organizzazioni di volontariato). Poi si è fermato e ha deciso che poteva utilizzare meglio il suo tempo, perché alla fine è tutto ciò che abbiamo.

L’associazione (oltre al sito, anche in versione inglese, ha una pagina su Facebook e un canale su Youtube) è ormai ben nota a tutti coloro che si sentono affascinati dal downshifting, soprattutto perché si è inventata una manifestazione unica nel suo genere e l’ha esportata in tutto il mondo: la Giornata Mondiale della Lentezza. Quest’anno sarà il 28 febbraio, un lunedì, il giorno più adatto per rendersi conto che che occorre r a l l e n  t  a  r  e . . .anche se in molti credono che non si possa fare.

«Il nostro messaggio è che si può», dice Bruno Contigiani, che sta per dare alle stampe, dopo Vivere con Lentezza: piccole azioni per grandi cambiamenti, del 2008 (ha venduto circa 25mila copie), e Chi va piano: piccole alchimie per grandi sentimenti, uscito nel 2009, un nuovo libro. Che insieme a quello appena uscito a firma di Simone Perotti entrerà prevedibilmente nelle case di molti aspiranti downshifter d’Italia.

Com’è nata Vivere con lentezza?
Ero capo ufficio stampa di una multinazionale e avevo una vita veramente convulsa. Non riuscivo a stabilire delle gerarchie, diventava tutto uguale: l’impegno di lavoro, i figli e la famiglia, le vacanze, una conferenza stampa. A un certo punto ho avuto un grave incidente dovuto proprio al fatto che facevo tutto di corsa, senza porre attenzione al momento. Ho rischiato una paralisi. A quel punto, parlando anche con la mia life coach (che poi è diventata sua moglie, ndr), figura che hanno un po’ tutti i manager stressati per i quali il lavoro diventa una sorta di dipendenza, mi son reso conto che mi era arrivato un segnale forte. E ho scoperto che c’era tanta gente insoddisfatta di quel modo di vivere, vacuo, futile, dove non c’è mai un punto d’arrivo. Allora ho cominciato a prendere le distanze dal lavoro, ad esempio modulandolo verso cose più interessanti e vicine ai miei interessi. Quando c’è stata la possibilità di lasciare, l’ho colta al volo. Ma avevo già messo in piedi l’associazione culturale, poi diventata associazione di volontariato.

Quanto è diffusa la voglia di rallentare, di fare downshifting? E come assecondarla?

Sono migliaia di persone, è un movimento mondiale. Tempo fa questo concetto della lentezza era visto molto negativamente, ora per certi versi è di moda, anche se chi lo pratica per moda si riconosce subito. Può essere anche una scelta minima, non è che si debba per forza mollare tutto e tutti. È quella variazione minima, di pochi gradi, che se sei in barca a vela invece di farti andare in Corsica ti porta in Sardegna. È un cambiamento di rotta che protratto nel tempo conduce a grandissimi cambiamenti di vita. E va fatto con gli altri, rendendoci conto che non siamo soli, perché questi cambiamenti servono se hanno anche un riflesso nei confronti degli altri. Ho capito, inoltre, che questa cosa dà molta fiducia alle persone, che si sentono confortate: ci chiamano, ad esempio, tante mamme con figli che a scuola sono considerati “lenti”.

La cosa più brutta che si è lasciato alle spalle e quella più bella che ha scoperto…
Ho recuperato un rapporto con i miei figli. E il gusto di ascoltare la gente, scoprendo che persone meravigliose ci sono in giro, senza dare giudizi affrettati dopo due parole scambiate. E sto imparando a lasciarmi alle spalle l’ansia.

Quali sono le attività principali dell’associazione? Come si può partecipare?
Innanzitutto siamo open source, mettiamo tutto in rete. Il nostro obiettivo è di stare tutti un po’ meglio. Abbiamo un metodo senza leader, diciamo un po’ come fanno gli alcolisti anonimi: le persone sviluppano sul proprio territorio le idee che lanciamo sulla rete. E noi li aiutiamo in questo. Questi sono gli “aderenti” (cioè chi aderisce gratuitamente al Movimento Lento, mentre per gli associati è prevista una quota annuale di 100 euro e occorre fare domanda al Consiglio direttivo dell’associazione, ndr), che arrivano oggi a circa 3.500 persone: per aderire ci inviano una frase, una poesia, un pensiero in cui condividono quello che facciamo.

Lunedì 28 febbraio torna l’appuntamento con la Giornata Mondiale della Lentezza. Cosa state preparando per l’edizione di quest’anno?
È una cosa che nasce e cresce in rete. Sono più di 100 eventi in Italia e nel mondo. Ogni anno (si celebra dal 2007, ndr) scegliamo una città particolarmente caotica o nevrotica: dopo Milano, siamo stati a New York, Tokyo, Londra e Shanghai. Quest’anno torniamo a New York per dare un riconoscimento a quello che l’amministrazione sta facendo per migliorare la vita dei cittadini, con un premio ideato dal designer Francesco Argenti. Poi faremo seminari alla New York University, multe per strada a Union Square per quelli che camminano troppo veloce, porteremo i giovani cantanti del Conservatorio Vittadini di Pavia a cantare l’opera in strada. È un programma di una settimana con un paio di eventi al giorno. A Milano, invece, ci sarà un’anteprima il 26 febbraio, in centro tra piazza San Babila e il Duomo. Distribuiremo anche i nostri “Comandalenti”.

Che cosa sono i “Comandalenti”?
Siccome tutti ci chiedevano cosa si può fare per andare lenti, abbiamo stilato una lista di 14 comandamenti per trovare la velocità giusta nella vita (il primo recita: “Svegliarsi 5 minuti prima del solito per farsi la barba, truccarsi o far colazione senza fretta e con un pizzico di allegria”, ndr). A Shanghai, ad esempio, ne abbiamo proposti 8, perché è un numero che in Cina porta fortuna. A Londra abbiamo collaborato con quelli di Slow Down London. La cosa bella è che, specie in questo periodo con la crisi, alle persone piace avere il tempo per parlare delle questioni di fondo della propria vita. Negli ospedali, ad esempio, stanno avendo successo i filosofi in corsia, ci sono sperimentazioni in corso all’Istituto Maugeri di Pavia, a Milano, a Torino.

Come funzionano, invece, i “Quattro libri al bar”?
È l’altra nostra grossa iniziativa. Vuole rompere la solitudine, utilizzando le strutture dei bar, dove però spesso oggi le persone vanno solo per consumare e non per stare in compagnia, non come una volta quando erano un luogo di socialità. L’idea è ricreare la socialità attraverso il libro, leggendolo, commentandolo, discutendone. L’importante è lo scambio.

C’è anche un suo nuovo libro in arrivo…
Sì. Questi libri li scrivo insieme a mia moglie, anche se lei preferisce non apparire. Sarà sul lavoro, perché mi sto rendendo conto che oggi il lavoro, di tutti, non solo quello in fabbrica, è poco rispettato. Dovrebbe uscire verso l’estate.

Cosa consiglia a chi vorrebbe fare il passo verso una vita più lenta, ma non riesce?
Non sono passi, si tratta di fare un primo, piccolissimo gesto: fermarsi e guardare avanti, decidendo dove andare. Quanto al secondo passo, ognuno fa il suo e non bisogna avere fretta di accelerare il cambiamento! E neppure bisogna aver paura o vergognarsi, perché questo mondo ci spinge al consumo, a essere tutti uguali, a fare le stesse cose, mentre occorre essere un po’ ribelli, rivoluzionari della lentezza e della felicità. E dire: “Ragazzi, io rallento”.


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Andrea Di Turi
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