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Quanto risparmiare per la pensione

Perché è meglio cominciare per tempo a pensarci. E a risparmiare

di Mirko Serra 27 ago 2010 - ore 12:04
Articolo a cura di Nafop.org

Si fa spesso un gran parlare di previdenza complementare e integrativa e di quanto sia importante, soprattutto per coloro che sono nati a partire dagli anni ’70 in avanti, iniziare ad accantonare risorse fin dall’inizio della propria attività lavorativa da utilizzare per l’integrazione della pensione pubblica o, volendo utilizzare un linguaggio di tipo tecnico-assicurativo, accantonare risorse per finanziare il c.d. rischio longevità.

Molte persone però non hanno ben chiari due punti fondamentali: i) esattamente perché è necessario effettuare questi tipi di accantonamento? (tutti ne parlano, ma sono pochi che hanno un’idea del perché si sia arrivati a questo punto) e ii) quanto accantonare per integrare la pensione pubblica al momento della cessazione dell’attività lavorativa?

Sistema contributivo vs sistema retributivo


Partiamo dalla prima domanda, ovvero: perché? Negli ultimi anni si sono susseguite svariate riforme che hanno sancito in maniera definitiva il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo. Gli effetti di questo passaggio però, non sono ancora stati direttamente sperimentati, quindi i lavoratori non hanno la diretta percezione di cosa questo significhi realmente.

In maniera molto semplice, passare al sistema contributivo significa che ciascuno percepirà una pensione calcolata in base agli importi versati nella propria cassa di previdenza; in precedenza invece, la pensione veniva calcolata sulla base della media del reddito degli ultimi anni della propria carriera lavorativa, a prescindere da quelli che erano stati gli effettivi contributi previdenziali versati.

Tutti i versamenti fatti alle casse pensionistiche determinano un “montante contributivo”. Questo montante viene rivalutato in base alla crescita del P.I.L. (Prodotto Interno Lordo). Al momento di andare in pensione, per sapere quale è l’importo annuo di tale pensione, si utilizza un coefficiente di conversione del montante in rendita: tale coefficiente è una percentuale che viene calcolata sulla base dell’aspettativa di vita media del soggetto.

Esempio

Diciamo subito che in questi calcoli è fondamentale considerare l’effetto dell’inflazione; e qui c’è un primo, importante, elemento di incertezza perché è impossibile conoscere in anticipo l’andamento dell’inflazione. È necessario fare delle stime.

Ipotizziamo:
1) lavoratore, 35 anni
2) reddito da lavoro 24.000€/annuo
3) contributi versati 5.000€/annuo (il 20% circa del reddito come per i lavoratori autonomi)
4) tasso di inflazione atteso 2% annuo (uguale al tasso di rivalutazione del reddito e dei contributi versati)
5) tasso di crescita del P.I.L. 2% annuo

A 65 anni, questo soggetto avrà versato un totale contributi pari a 206.897,20€. Il “montante contributivo” finale sarebbe allora pari a 271.704,24€. A questo montante si applica il coefficiente di conversione in rendita, che oggi è del 6% circa per un maschio di 65 anni (tali coefficienti sono soggetti a variazione in base alle statistiche sull’aspettativa di vita media, quindi è probabile che in futuro siano destinati a diminuire!).

In pratica questo soggetto riceverebbe, fra 30 anni, una pensione pari a 16.302,25€ all’anno in termini nominali, che corrisponde a circa 9.000€ al valore di oggi, ovvero a meno del 38% del proprio attuale reddito.

Adesso, forse, è un po' più chiaro cosa significa realmente “sistema contributivo”, un sistema nel quale molto dipende dalla rivalutazione dei versamenti (quindi dalla crescita del P.I.L.).

La previdenza complementare: fondi pensione aperti e piani pensionistici


Per “costruire” una pensione integrativa, sono nati strumenti creati ad hoc, ovvero i fondi pensione e i piani pensionistici individuali (i cosiddetti p.i.p. o f.i.p.) realizzati tramite contratti di assicurazione sulla vita. I principi di funzionamento dei fondi pensione aperti e dei piani individuali pensionistici sono gli stessi di quelli del sistema contributivo pubblico.

Il servizio di pianificazione previdenziale


A questo punto, occorre dare una risposta alla seconda domanda, ovvero QUANTO accantonare per la propria pensione integrativa? Rispondere con precisione a questa domanda è tanto più difficile quanto maggiore è il periodo di tempo che ancora dovrà passare prima della cessazione dell’attività lavorativa; una cosa però la si può dire fin da subito: prima si inizia, meglio è.

Vedo di chiarire la cosa con un semplice esempio numerico:

1) versamento 2.000€/anno costante
2) durata dei versamenti 10 anni
3) rendimento fondo pensione 2% annuo

Alla fine dei 10 anni, l’aderente si ritroverà – a fronte di un versamento complessivo di 20.000€ - un montante finale pari a 31.178,74€. Ora facciamo invece il confronto con un aderente allo stesso fondo pensione, che però versa 5.000€ all’anno per gli ultimi 4 anni di vita lavorativa. A fronte di un versamento complessivo uguale al precedente, in questo caso il montante finale accumulato sarà pari a 26.222,20€ cioè quasi il 20% in meno rispetto a prima!

Stabilito quindi che prima si inizia – a parità di tutte le altre condizioni – maggiore sarà la prestazione finale che si potrà ottenere, per determinare QUANTO accantonare è bene effettuare una corretta pianificazione previdenziale che, tenendo in debita considerazione la situazione lavorativa del soggetto, nonché la situazione economico-patrimoniale, consenta di:

1)stimare l’entità dell’eventuale divario tra il tenore di vita desiderato al momento della pensione e l’entità delle entrate disponibili a quella data;
2) stimare la pensione attesa dalla previdenza pubblica;
3) orientarsi fra l’ampiezza dell’offerta di strumenti previdenziali, a volte anche molto complessi;
4) valutare il proprio profilo di rischio;
5) valutare gli (eventuali) prodotti previdenziali già sottoscritti;
5) stimare infine gli importi necessari da destinare alla previdenza integrativa.

Siccome maggiore è il periodo di tempo che intercorre dal momento della stima dell’eventuale gap pensionistico (e quindi di quanto è necessario accantonare per colmarlo) al momento della cessazione dell’attività lavorativa e più ampio potrà essere l’errore di stima, periodicamente è bene rivedere e rifare la pianificazione previdenziale per verificare che le stime effettuate in precedenza siano sempre coerenti con l’attuale situazione del lavoratore oppure effettuare le correzioni che nel frattempo si siano rese necessarie.


Per approfondimenti:


Calcolo risparmio pensione integrativa

Come si calcola la pensione: il sistema retributivo

Come si calcola la pensione: il sistema contributivo

Come si calcola la pensione: il sistema misto

La previdenza complementare

Il gap previdenziale

La pianificazione finanziaria della famiglia

Il profilo dell'investitore e la tolleranza al rischio


Mirko Serra
Per informazioni: sermirk@tin.it


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