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Titoli indicizzati: una guida alla scelta

Il modo migliore per difendere i propri risparmi dall'inflazione è l'utilizzo dei titoli indicizzati. Ma non tutti quelli disponibili sul mercato sono validi strumenti.

di Giacomo Saver 6 set 2016 - ore 15:12

Esistono due modi diversi per indicizzare i propri risparmi all'inflazione. Il primo di essi, di tipo moltiplicativo, è efficiente ed è tipico dei BTP€i e degli OAT€i. Il secondo è di tipo additivo, è inefficiente, ed è tipico di molte obbligazioni private.

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Titoli indicizzati: cosa controllare

Quando si decide di investire i propri risparmi in titoli indicizzati all'inflazione è bene, per prima cosa, controllare che l'indicizzazione riguardi sia le cedole sia il capitale rimborsato alla scadenza. E' soprattutto quest'ultimo a subire i devastanti effetti del rialzo dei prezzi, in modo particolare quando la scadenza è lontana nel tempo. Quello che non tutti conoscono è l'impatto di un moderato tasso di inflazione sui nostri risparmi se il tempo trascorso è molto esteso. Ad esempio è sufficiente il 2% annuo di crescita dei prezzi per dimezzare il potere di acquisto di una somma dopo trentacinque anni. Il primo aspetto da considerare, per chi desidera impiegare i propri risparmi in titoli ad indicizzazione reale, è l'estensione di quest'ultima al capitale rimborsato.

obbligazioni-finanziarieIl secondo aspetto da valutare con attenzione riguarda la modalità con cui l'inflazione viene 'incorporata' all'interno degli interessi e del capitale pagato. Molto spesso, infatti, i bond emessi da società private o dalle banche, corrispondono interessi pari all'incremento dell'indice dei prezzi al consumo maggiorato di una certa percentuale. In tale modo, supponendo che lo spread sia dell'1% e che l'inflazione sia del 2,5%, la cedola sarà pari al 3,50%. Questo tipo di indicizzazione, additiva nel senso che si somma il tasso di inflazione allo spread, è ingannevole. Poiché il legame tra il tasso reale e quello nominale non è di tipo additivo ma moltiplicativo, il meccanismo risulta oltremodo penalizzante. E' bene ricordare che il tasso reale è dato dalla seguente relazione:

tasso-interesse-reale

Nel nostro caso, quindi, l'interesse reale non sarebbe pari all'1% come una superficiale analisi del problema parrebbe far credere, ma 'solamente' lo 0,975%. Non solo, ma tanto più è elevato il tasso di inflazione, tanto più basso sarà l'interesse reale corrisposto da un'obbligazione ad indicizzazione “additiva”. Ecco perché il mio consiglio è di evitare questo tipo di strumento di investimento.

Titoli indicizzati: meglio BTP€i e OAT€i

I titoli di stato come i BTP€i o gli OAT€i francesi, al contrario, godono di un'indicizzazione di tipo moltiplicativo. In altre parole si parte dal tasso di inflazione maturato dall'emissione del titolo in avanti e lo si somma ad uno. Il valore così ottenuto – che altro non è se non il denominatore della formula esaminata poco sopra – è definito coefficiente di indicizzazione.


E sarà proprio quest'ultimo ad essere utilizzato come “rettifica” degli interessi e del valore di rimborso a scadenza. Ora è immediato constatare che l'indicizzazione moltiplicativa fa in modo che lo spread pagato oltre il tasso di inflazione corrisponda esattamente al tasso di interesse reale. Se torniamo per un istante all'esempio precedente, con un saggio di inflazione del 2,50% e un interesse reale dell'1%, la cedola pagata dal nostro titolo sarebbe pari a (1,025)*1 = 1,025%. A questo valore occorre aggiungere, peraltro, la rivalutazione del capitale a scadenza che sarà anch'esso rivalutato nella stessa misura (ossia del 2,50%). Volendo fare un paragone con il caso precedente, la rivalutazione “complessiva” dei nostri soldi sarebbe pari a 1,025%+2,50%= 3,525%. Utilizzando la formula per il calcolo dell'interesse reale possiamo agevolmente verificare che esso è esattamente pari all'1% e tale sarà a prescindere dal saggio di inflazione futuro.

Ipotizzando che i prezzi al consumo siano cresciuti del 9%, l'interesse reale del primo bond sarebbe solo pari a (10-9)/(1,09)= 0,91%. Nel secondo caso avremmo una cedola pari a 1,09% che si somma alla rivalutazione in conto capitale del 9% generando un interesse nominale del 10,09% che corrisponde esattamente all'1% reale.

Titoli indicizzati: metodo moltiplicativo contro metodo additivo

Un lettore attento potrebbe obiettare: “anche il primo bond dell'esempio protegge in gran parte il capitale dall'inflazione. Basta accantonare la parte di rendimento pari all'incremento dell'indice dei prezzi e spendere la differenza per ottenere uno scudo contro il carovita”.
Questa obiezione, giustificabile in termini teorici, non tiene conto di due aspetti.

-- 1) Come abbiamo visto prima l'indicizzazione additiva corrode il tasso di interesse reale tanto più velocemente quanto più elevato è il tasso di inflazione;
-- 2) a meno che i capitali impiegati nel titolo non siano “enormi” è impossibile reinvestire la quota degli interessi corrispondente al tasso di inflazione in bond dello stesso tipo. Se torniamo per un attimo al primo degli esempi numerici esaminati, un risparmiatore che detenga 10.000 euro dell'obbligazione riceverebbe 350 euro lordi annui (2,50% pari al tasso di inflazione più l'1% di maggiorazione o spread). Ora, 250 euro dovrebbero essere reinvestiti nello stesso strumento per evitare l'erosione monetaria, cosa impossibile perché l'importo è troppo piccolo.

Tutti questi problemi vengono tranquillamente evitati grazie ai BTP€i e agli omologhi francesi, gli OAT€i.

Questo scritto è redatto a solo scopo informativo, può essere modificato in qualsiasi momento e NON può essere considerato sollecitazione al pubblico risparmio. Il sito web non garantisce la correttezza e non si assume la responsabilità in merito all’uso delle informazioni ivi riportate.
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