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2012: sarà l’anno dei conflitti?

Da Occupy Wall Street alla Grecia, le tensioni sociali portare dalla globalizzazione si fanno sempre più acute. Il “business as usual” non funziona più. Ma l’alternativa non c’è.

di Andrea Di Turi 16 feb 2012 - ore 10:23
Zygmunt Bauman è uno dei più autorevoli intellettuali europei e mondiali. Specie per la sua capacità, espressa in molteplici volumi, di interpretare i processi di globalizzazione in atto e le loro conseguenze sulla vita quotidiana delle persone.

In un lungo articolo pubblicato di recente sul Social Europe Journal, Bauman ha espresso alcune considerazioni, come sempre lucidissime e acute, sull’anno appena concluso, sulle principali tendenze che sono emerse a livello mondiale e su quello che potremmo aspettarci per l’anno in corso. Cerchiamo di riassumerle sinteticamente.

Interregno. Riconoscendo che già Gramsci l’avevo predetto, quello attuale è per Bauman un periodo di interregno: non si sa dove si sta andando, ma si è capito che il modo di fare solito, si può dire il “business as usual”, non funziona più. Solo che ancora non è chiaro cosa può sostituirlo. L’anno che è appena iniziato, tuttavia, potrebbe rivelarsi un momento critico di questo periodo di interregno, perché le questioni e le divisioni sociali sono destinate a intensificarsi. In altre parole, sta arrivando il momento di dare una forma a questo interregno o di capire dove sta andando.

Politica e finanza. La politica è debole, non riesce a offrire risposte adeguate al momento, è in crisi. Con sottile ironia, Bauman sottolinea come le decisioni politiche che si prendono al venerdì, si fa per dire, siano timorose del giudizio che di quelle decisioni daranno i mercati il lunedì successivo: cosa che si è appena tristemente, drammaticamente ripetuta in questi giorni con le vicende che riguardano la Grecia, chiamata a scelte quasi disumane di cui i mercati paiono essersi compiaciuti. Ma la crisi della politica viene da lontano, è nata dal deficit di fiducia verso le istituzioni, cioè i “veicoli dell’azione collettiva”, dai quali non ci si aspetta più che sappiano indicare soluzioni dall’alto. Anche perché hanno fatto di tutto per far credere che le persone dovevano trovare soluzioni individuali ai loro problemi e che l’azione comune aveva poco senso, non aiutava a risolvere quei problemi.

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Indignados & Occupy. Anche Bauman fa riferimento al movimento degli Indignados e di Occupy come al fenomeno che ha caratterizzato il 2011 (la stessa copertina di Time ha celebrato “il manifestante” come personaggio dell’anno). Ciò che muove e fa organizzare i manifestanti grazie a Twitter e a Facebook e li fa andare in piazza, li fa continuare a essere “people on the move”, è proprio la riconosciuta incapacità della politica di mostrare quello che andrebbe fatto. Purtroppo i manifestanti sanno bene perché protestano, cioè lo status quo che contestano, ma fanno fatica a individuare la via d’uscita dalla crisi e a identificare chi possa fare da guida in questa direzione con la necessaria volontà e capacità di agire. L’interregno dunque si caratterizza per il fatto che le istituzioni, anch’esse soggette a processi di frammentazione, deregolamentazione e privatizzazione come tutto ciò che riguarda l’umana coabitazione, non sono più in grado di offrire una visione e un progetto alternativo a quello che non funziona più. Tanto meno i cittadini riconoscono loro la capacità di farlo.

Cresce la protesta, si allarga la frattura. Sono due allora gli aspetti che caratterizzano l’anno appena concluso. Il primo: continua ad ampliarsi la frattura tra la consapevolezza di ciò che deve essere cambiato, che c’è, e la consapevolezza di ciò che deve essere costruito, che manca. Il secondo: la crescita del potere unificante e socialmente inclusivo della protesta, contro l’impatto dei programmi politici che vanno invece nel senso della divisione e della disintegrazione sociale.

L’anno dei conflitti. Quali le conseguenze di tutto ciò? Che quest’anno potrebbe passare alla storia come quello in cui i conflitti sociali hanno riacquistato la priorità e si sono ridefiniti. Anche perché finora la protesta è stata così di massa perché ha messo insieme tante voci ed esigenze diverse, anche confliggenti. Quando e se la protesta comincerà a dare i suoi frutti, tali differenze non potranno che emergere e bisognerà farci i conti. Perciò il 2012 potrebbe essere il momento critico nell’evoluzione dell’interregno.

Nuovi leader. Finora la protesta non ha avuto bisogno di leader forti, capaci cioè di visione, politici e spirituali insieme, come l’appena scomparso Vaclav Havel a cui queste qualità erano unanimemente riconosciute. Anzi, l’assenza di leader è stata uno dei suoi punti fermi e per molti versi è stata considerata un segno di progresso. Ma il passaggio dalla prima alla seconda fase dell’interregno, cioè a quella della costruzione di un’alternativa, potrebbe dare il benvenuto alla rinascita della quasi dimenticata arte della leadership politica e spirituale insieme.

Andrea Di Turi
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