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Pop economy: corre sul web la rivoluzione dell’economia

Rinunciare al possesso esclusivo e individuale di un bene, utilizzarlo quando serve, dopodiché rimetterlo a disposizione di chiunque altro ne abbia bisogno. Questo il principio di base della pop economy.

di Andrea Di Turi 10 giu 2011 - ore 11:58

C’è chi va anche oltre e parla apertamente di baratto, di scambio, invece di rapporto venditore-acquirente. Perché l’idea di fondo è quella di uscire dal ruolo di consumatore passivo, l’unico che il modello socio-economico dominante ci ha ritagliato addosso, e di riacquistare consapevolezza delle proprie potenzialità di individui che possono creare relazioni di ogni genere, di natura anche economica ma non solo. Al di fuori, quindi, delle logiche del mercato e della concorrenza, che stanno strangolando la dignità del lavoro e i suoi diritti e il suo equo e giusto compenso col metodo della delocalizzazione selvaggia, della competizione globalizzata senza regole né limiti fra territori, comunità, persone. Per dimostrare che si può uscire dalla sindrome di T.i.n.a. (“There Is No Alternative”, cioè nessuna alternativa è possibile al modello capitalistico neoliberista finanziarizzato) e se ne può uscire migliori.

Un esempio sono le virtual community dove ci si scambia qualsiasi cosa, tra pari, senza passare per le transazioni intercettate dal Pil. Una di queste è Swaptree, conosciuta a livello globale. Ma ci sono esempi anche in Italia, come Zerorelativo, il primo portale italiano per barattare online, dove ci si iscrive e si propone quello che si ha da barattare (musica, film, informatica e cellulari, arredamento, vestiti, giochi, collezionismo, articoli sportivi, per la casa, cosmetici) e si cerca uno scambio con gli altri. Dove, insomma, “il tuo oggetto è la tua moneta”, come recita lo slogan del sito. Come è anche nella filosofia delle banche del tempo, dove qualsiasi prestazione può essere scambiata con qualsiasi altra, basta che sia nell’interesse di entrambe le parti, ma senza che passi denaro in alcun modo.

Altri esempi vengono dal file sharing di musica e film, con casi come quello di Netflix, e dai software open source che hanno scardinato la dittatura del copyright. Ma la pop economy prevede che ci si possano scambiare anche divani per una notte per chi può viaggiare solo low cost, abiti e accessori per matrimoni e cerimonie, aree di giardini per realizzare orti da coltivare, attrezzi per il fai-da-te in casa e via discorrendo.

Fiducia nell’auto-regolamentazione della comunità, lo dice un premio Nobel
Forse il segreto di questa pop economy sta proprio nella fiducia, nella riscoperta del valore della solidarietà, delle relazioni sociali, dell’altro non visto come un nemico o un avversario da battere ma come una persona con cui scambiare quello che reciprocamente manca. Partecipando l’uno alla vita dell’altro. Del resto sul sito della pop economy si legge “United we stand, divided we fall” (uniti stiamo in piedi, divisi cadiamo), che più che a uno slogan assomiglia a una regola di vita, con un’accezione quasi spirituale che però non fa ombra alla natura pragmatica.

Se servisse un supporto teorico, di cui per la verità non si sente un eccessivo bisogno, ci si può rifare (scusate se è poco) alle teorie sull’auto-organizzazione e auto-regolazione delle comunità con cui Elinor Olstrom ha vinto nel 2009 il premio Nobel per l’economia. Per chi cercasse, invece, un testo di riferimento, si possono sfogliare le pagine del libro di Rachel Botsman, guru del consumo partecipativo, che insieme a Roo Rogers ha scritto What’s Mine is Yours, considerata in qualche modo un testo-manifesto della pop economy. Ma per carità, non pensate di comprarlo: sicuramente potrete riuscire ad averlo fra le mani senza spendere un euro se praticate il book crossing, oppure se andata su internet a cercare qualcuno che voglia prestarvelo. Sempre che abbiate qualcosa da barattare.

Andrea Di Turi
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